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The Avengers - Quattro supereroi col pilota automatico

Di Matteo @ martedì 1 maggio 2012 - in Recensioni - Commenti (0)

Uno dei maggiori problemi che avevo inizialmente era che avevo davvero "troppo Iron Man" e tutto si stava trasformando in Iron Man 3”. Parola di Joss Whedon, regista di The Avengers.

Magari avesse seguito quella strada! Ci avrebbe consegnato un film divertente e scanzonato, cosa che The Avengers purtroppo non è affatto.

L’attesa per vedere tutti insieme sullo schermo Capitan America, Thor, Hulk e, appunto, Iron Man era davvero alle stelle, e i formidabili incassi lo confermano.

Ma a smorzare l’esaltazione ci pensa il film stesso, con un lungo inizio che serve a portare in scena tutti i protagonisti, tra dialoghi senza verve e scene d’azione che conosciamo a memoria.

L’inerzia sembra invertirsi quando i quattro supereroi si trovano finalmente assieme. Si punzecchiano, si lanciano provocazioni, insomma, sembrano, come dice lo stesso Bruce Banner, quattro elementi chimici pronti a fare scintille.

Così non è.

Complice anche un cattivo, Loki, che soffre sì di un complesso d’inferiorità, ma è davvero troppo inferiore, The Avengers continua la sua strada su binari narrativi fin troppo battuti. Lo scontro finale ha forse il pregio di non arrivare col fiato corto (difetto imputabile a film come Transformers 3, ad esempio, che però poteva contare su effetti visivi di ben altro spessore), ma si riduce a un banale tiro a segno contro gli alieni invasori.

D’altra parte il produttore Kevin Feige, artefice del progetto che da Thor, Captain America, Hulk e i due Iron Man ha portato ai Vendicatori, ha compiuto la sua missione. The Avengers sta sbancando i botteghini di mezzo mondo (e ancora deve uscire negli USA) e, va detto, al pubblico sta piacendo moltissimo.

Di Kevin Feige, noi vogliamo invece prendere alla lettera l’intervista dove afferma che “Iron Man 3 sarà l’antidoto ai Vendicatori”.

Lo speriamo sul serio.

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John Carter, una stella qualunque nei cieli di Marte

Di Matteo @ domenica 11 marzo 2012 - in Recensioni - Commenti (0)

Dalla guerra di secessione americana alla guerra planetaria su Marte. È quello che succede al capitano John Carter dalla Virginia (Taylor Kitsch), ex combattente disilluso che proprio sul pianeta rosso, Barsoom nel linguaggio dei nativi, ritroverà le motivazioni, complici gli occhi azzurri della bella autoctona Dejah Thoris (Lynn Collins).

Costato 250 milioni di dollari e, nel momento in cui scriviamo, destinato a un clamoroso flop, il film John Carter non riesce ad eguagliare le altezze che raggiunge il John Carter personaggio con i suoi salti vertiginosi.

Ma liquidare la nuova opera di Andrew Stanton (regista di WALL•E e Alla ricerca di Nemo) come il solito blockbuster dispendioso e fracassone sarebbe ingiusto e ingeneroso.

In questo senso, anzi, John Carter è molto lontano dai kolossal d'azione cui è stato accostato con troppa fretta da troppi critici. Non c'è, in John Carter, un affastellamento eccessivo di scene action. Emerge invece il lodevole intento di (ri)dare vita ad una narrazione solida, che ripercorra le tappe della crescita del protagonista.

Intento, va detto, non riuscito alla perfezione: in alcuni punti il film sembra incepparsi, non scorrere in maniera naturale. Divertono molto, invece, le gag dedicate alle incomprensioni linguistiche e razziali tra l'americano e l'alieno thark Willem Dafoe.

John Carter è un film sospeso tra anonimato e bel cinema d'avventura, che si fa guardare senza mai coinvolgere fino in fondo, che fallisce nella sfida di riadoperare con successo canoni ormai fin troppo interiorizzati.

Per certi versi, era inevitabile. I libri da cui il film è tratto risalgono ai primi del Novecento e sono stati gli ispiratori della fantascienza moderna, da Dune a Star Wars fino ad Avatar. È dunque comprensibile che molte situazioni narrative possano apparire fin troppo rimasticate.

Anche dal punto di vista visivo ci troviamo di fronte a un lavoro sì sontuoso e immersivo, ma che non è in grado, al di là della ricostruzione filologica, di offrire nulla di nuovo.

Un eventuale sequel (incassi permettendo) potrebbe ripartire da quanto di buono c'è in questo primo episodio, libero magari da certe necessità didascaliche che qui appesantiscono lo svolgimento.

Pur considerando tutti i suoi innegabili difetti, e sapendo che il botteghino è tiranno, ci sentiamo dunque di augurare buon viaggio a John Carter.

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ACAB - Il cinema che vogliamo

Di Matteo @ domenica 12 febbraio 2012 - in Recensioni - Commenti (0)

Cobra, Negro, Mazinga. Diretto da Stefano Sollima, ACAB è la storia di questi tre celerini. Un mezzo pugno nello stomaco per quello che racconta ma una boccata d'aria, uno spiraglio di luce per il cinema italiano.

Da una parte, infatti, ci troviamo di fronte a un film dove la macchina da presa esce per le strade e non si limita a vagare per le ormai famigerate "due stanze e cucina". Dall'altra, un film che fa a meno di quella finta autorialità ormai tanto, troppo in voga per ripartire, invece, da quel cinema che viene detto "di genere" e in cui Sollima esprime se stesso meglio di tanti cosiddetti autori.

ACAB è un film che torna a raccontare la realtà: una realtà che non è fatta di personaggi chiusi in casa a struggersi su ciò che gira attorno al proprio ombelico, ma di personaggi (interpretati alla grande da Favino, Nigro e Giallini) che devono, per forza di cose, uscire, confrontarsi e scontrarsi con un mondo che, da una parte e dall'altra, li umilia, li odia, li calpesta.

Perché loro sono celerini, guardie, servi. Dalla vicenda della scuola Diaz ("la cazzata più grande della nostra vita", la definisce Mazinga), alle morti dell'agente Raciti, del tifoso Gabriele Sandri e di Giovanna Reggiani, sono i primi a subire sulla propria pelle le conseguenze, ritrovandosi spesso ad essere vittime del loro stesso cameratismo, pure così necessario ("Ci sono solo i tuoi fratelli", dice Cobra sotto processo), tra eccessi nazionalistici e pressioni violente che possono sfociare solo in altra violenza.

E poi, la mitologia del celerino. Fatta di simboli veri e propri come gli scudi antisommossa, i caschi, i manganelli. Tutti elementi cui Sollima dedica spazio nei titoli di testa, sulle note di Seven Nation Army, per dare il via a una narrazione rarefatta ma di grande forza drammatica.

Sollima mette in scena figure a tutto tondo, ne comprende i disagi, spiega la violenza senza mai giustificarla. Un film diretto, d'impatto, dove diventa importante persino l'uso dell'inflessione romanesca, libera dalla connotazione comica e lingua invece di chi deve affrontare la realtà a muso duro.

Se tutto questo possa essere un tassello su cui ricostruire, o solo un lampo nel buio, questo ancora non lo sappiamo né possiamo dirlo. Noi speriamo che il cinema nostrano possa ripartire da qui.

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